di
Christian Lezzi
Le chiamano “Extraordinary Rendition”, operazioni di Polizia internazionale che tutto hanno tranne che una connotazione di legalità e di rispetto dei diritti umani.
Un uomo viene rapito, in stile mafioso e senza mezzi termini, sulla base di prove più o meno rilevanti, di semplici indizi o addirittura di indiscrezioni o soffiate, trasportato presso carceri segrete (Guantanamo e Abu Ghraib le più famose, ma se ne contano anche in Polonia e Romania) e sottoposti ad un regime carcerario durissimo, lontano da ogni convenzione internazionale di tutela dei diritti del detenuto, senza una chiara imputazione, senza un giusto processo, al solo scopo di spezzarne la volontà a far confessare l’inconfessabile.
Il tutto ben lontani dagli occhi e dalle orecchie della comunità internazionale e con un modus operandi che, se da una parte ricorda i sequestri di persona a scopo di riscatto, dall’altra riporta alla memoria spettri lontani che sanno di polvere e muffa e che allungano le proprie ombre nei sotterranei del Cremlino, quella Lubianka di Sovietica memoria.
Ma qui il Soviet Supremo è estraneo ai fatti, parliamo degli Stati Uniti d’America e di tutti i paesi (Italia in primis) che danno loro supporto e conforto a queste pratiche poco limpide.
Operazioni previste dall’estensione internazionale del “Patriot Act”, insieme di leggi speciali varato quando le macerie di Ground Zero fumavano ancora e che ha messo in scacco la libertà dei cittadini statunitensi prima e del resto del mondo subito dopo in nome di quella strategia della tensione che tanto paga in termini di potere e di consenso.
Quel sottile filo rosso, o trama nera, il colore poco importa, che evoca nomi tra i quali Italicus, Stazione di Bologna, Ustica, che ha tanto insanguinato le nostre strade e le prime pagine dei giornali e che continua a farlo in nome della libertà.
Il fatto specifico ha come teatro l’inverno pungente e uggioso di Milano: Hassan Mustafa Osama Nasr, noto come Abu Omar, assistente dell’Imam alla Moschea di via Quaranta, è stato rapito Il 17 febbraio 2003 da dieci agenti della CIA (Central Intelligence Agency – U.S.A.) supportati da un maresciallo dei carabinieri in forza ai R.O.S. (Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma).
Secondo la ricostruzione dagli inquirenti e anche in base a quanto dichiarato dallo stesso Abu Omar, l’uomo è stato rapito mentre si recava alla Moschea, buttato senza riguardo alcuno nel retro di un furgone e trasportato presso la base americana di Aviano, con meta finale una delle tante prigioni segrete, situata in questo caso in Egitto (tappa intermedia in terra tedesca) dove è stato recluso e interrogato e dove avrebbe subito torture e sevizie.
Ovviamente il condizionale è d’obbligo, ma i casi iniziano ad essere un pò troppi e la prassi consolidata.
Liberato dopo circa un anno di illecita e inumana detenzione, Abu Omar fu nuovamente arrestato, reo di aver confessato ai suoi famigliari, per via telefonica, gli abusi subiti violando così il patto di segretezza sottoscritto.
Liberato una seconda volta nel Febbraio 2007 ma con limitazione della libertà personale, quale il divieto di espatrio, Abu Omar ha più volte dichiarato (prima che se ne perdessero le tracce) di voler tornare in Italia, dove era legittimamente residente in quanto rifugiato politico, mettendosi così a disposizione della Giustizia italiana ed essere quindi processato per i reati ipotizzati, dichiarando di avere fiducia nella nostra Giustizia al punto di aver rifiutato un accordo segreto proposto dal governo U.S.A., che prevedeva 2 milioni di dollari e la cittadinanza per lui e la sua famiglia, in cambio del silenzio sulla scottante vicenda.
Il silenzio complice dei nostri governi (un paio negli anni) ha fatto il resto, arrivando a non trasmettere le richieste, legittime, di estradizione e invocando il Segreto di Stato.
Naturalmente è solo un caso se, alcuni dei protagonisti della vicenda, sono coinvolti nelle faccende dell’Archivio Segreto di Via Nazionale a Roma o nello scandalo Telecom – SISMI.
Se da una parte le intercettazioni telefoniche – di cui fu vittima Abu Omar – portarono al suo secondo arresto, dall’altra sono state l’elemento scatenante di un’inchiesta che, storia di questi giorni, rinvia a giudizio gli allora attori primari della vicenda.
«Il generale Pollari è stato il principale regista di un sistema criminale», ha dichiarato il P.M. Armando Spataro che ha chiesto una condanna a 13 anni di reclusione per l’ex Direttore del SISMI, a 10 anni per il suo Dirigente Marco Mancini e pene da 10 a 13 anni di reclusione per i 26 agenti della C.I.A. coinvolti (compreso il Colonnello dell’Aeronautica Joseph Romano di stanza ad Aviano).
Spiega tutto la dichiarazione del P.M., il quale aggiunge: «Un Paese civile può dare un giorno di carcere a chi non si è potuto difendere? È ipotizzabile dal punto di vista giuridico – continua – infliggere una condanna a chi per ordine di due governi e di una sentenza della Corte costituzionale non ha potuto discolparsi per rispettare il segreto di stato?».
Restano voci nel vento le dichiarazioni dello stesso Pollari a sua discolpa, o quelle del Presidente Emerito della Repubblica – Francesco Cossiga – corso in difesa di quei servizi ai quali, anche se con altri nomi e attori, deve moltissimo.
Voci nel vento: i fatti rimangono e sono agli atti.
La considerazione di fondo non è scalfibile e parla di etica, di senso della giustizia, di trasparenza e correttezza comportamentale nel rispetto della Legge vigente.
L’osservanza delle convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo non può essere subordinata a fantomatici interessi di sicurezza nazionale, nemmeno quando scaturisce dal più odioso e poco comprensibile attentato della storia.
Probabilmente assisteremo alla condanna di Pollari e soci, ma degli Agenti della C.I.A. non ne sentiremo più parlare, perché non siamo nati ieri: sappiamo come vanno queste cose e quanto gli americani siano bravi a spegnere ogni principio d’incendio tra le macerie della legalità, additando a nemico della democrazia e della libertà chiunque voglia capire ed eventualmente sanzionare.
D’altra parte – per chiudere con una battuta seppur macabra - fatta all’epoca della strage del Cermis da un aviatore U.S.A. di stanza all’aeroporto Dal Molin di Vicenza, Quell’aereo veniva da destra e la funivia non ha rispettato lo stop!